Michele Belloni
Photographer

Under My Skin

Un progetto sull’anoressia e su come una ragazza può emergerne vittoriosa.

La pagina è aggiornata regolarmente.
(ultimo aggiornamento 28-11-2018)

Under My SkinEnglish Version


Come è Iniziato

Tutto è iniziato in una domenica estiva. Ero a casa a far pulizie domestiche quando ho sentito il Mac in camera da letto che squillava incessantemente: proveniva dalla chat di Facebook.

Dopo una recente pubblicazione sul National Geographic, i miei social network sono impazziti e ho raggiunto 5.000 amici su Facebook in meno di un mese.

Lei era una delle tante richieste di amicizia, accettata per errore in quanto solitamente molto selettivo (solo persone legate al mondo della fotografia). Dopo aver scritto con insistenza da sola senza ricevere alcuna risposta, ho deciso di guardare il suo profilo. Ho capito l’errore commesso nell’accettarla, non essendo nella mia nicchia lavorativa.

Tuttavia in ogni sua fotografia c’era qualcosa di sbagliato: commenti di incoraggiamento per ricoveri, interventi chirurgici e riabilitazioni.

Sono tornato nella chat e le ho chiesto, come primo messaggio in assoluto, se fosse malata. Così, diretto e senza pietà. La sua risposta è stata “Anche se parlare di malattie non è il modo migliore per iniziare una conversazione, sì, sono anoressica“.

Rimasi in silenzio per un pò, ragionando, pensando, mentre lei continuava a scrivere incessantemente. La mia seconda domanda, altrettanto diretta e priva di filtri, è stata: “Vorresti entrare in un progetto fotografico con me sull’anoressia?

Sicuro della sua risposta negativa, rimasi stupito quando un feedback molto positivo e diretto è invece arrivato con dirompente entusiasmo.

Così nei giorni successivi abbiamo iniziato a pensare insieme a come crearlo da zero con l’unica richiesta di Elisabetta di non caricare altri drammi su una condizione già drammatica di suo. Mi ha chiesto di rappresentare la guarigione, l’uscita dalla malattia, la capacità di dire “Io ce l’ho fatta” e il messaggio che chiunque lo desideri davvero può farcela come altri prima.

E il progetto è iniziato.


Elisabetta

Elisabetta - BeforeAfterElisabetta è nata in provincia di Roma, 35 anni fa. Ha una sorella di nome Ilaria e sono molto unite.

Il rapporto con i suoi genitori è conflittuale e difficile da mantenere; esce dalla casa materna in età avanzata per studiare all’Accademia Nazionale delle Belle Arti, dove allo stesso tempo inizia a frequentare palestre e ambienti in cui il controllo del corpo è tutto.

La perdita di peso ebbe inizio e la convinzione che controllando il corpo tutto il resto fosse controllabile, anche. Arrivarono le visioni malate e distorte della realtà, la solitudine, le lacrime, l’insicurezza e la paura.

Ha perso l’autostima insieme alle opportunità che avrebbero potuto renderla felice.

Tutto ciò che Elisabetta era, adesso non c’era più.

Fin da bambina aveva forme da donna adulta che attiravano troppa attenzione e occhi indiscreti. Sfortunatamente, ha anche attratto qualcos’altro, qualcosa di più concreto, che ha segnato Elisabetta per sempre e ha instillato in lei l’idea che questo corpo fosse stato responsabile di aver attirato quel mostro che la segnò definitivamente.

Voleva vivere in un altro corpo ma, poiché non era possibile, iniziò a distruggere il suo.

I denti hanno iniziato a cadere (ne sono rimasti solamente otto in bocca, oggi), molti capelli sono diventati bianchi, si è presentata una forte insufficienza renale, un’osteoporosi pari a quella di una donna di 95 anni, un intestino compromesso definitivamente, cuore e muscoli indeboliti a causa di un potassio inferiore ai valori minimi, vitamina D e calcio praticamente azzerati, pancreas allargato, amenorrea costante.

Oggi, Elisabetta è una persona che sta cambiando il modo in cui affronta la vita e ha deciso di raccontare la sua storia attraverso le mie fotografie.


01. Disegnare

Questo è il primo video del progetto, quando ho cercato di rimanere discreto con Elisabetta in un pub vicino a Roma, mentre lei disegnava per me un occhio. “L’occhio del fotografo che può vedere attraverso le cose e le anime” come ama dire.

Il rapporto con la propria immagine in foto e video è difficile da accettare per coloro che soffrono di disturbi alimentari causati dalla mancanza di accettazione del loro aspetto.

02. Indossare

La seconda volta che ci siamo incontrati abbiamo fatto delle foto (saranno disponibili come libro su Kickstarter molto presto, da Marzo 2019) e video basati sull’ansia delle persone anoressiche che provano vestiti e taglie. Spesso il reparto da guardare è quella dell’infanzia, dei bambini, dove la scelta del capo da indossare non è appropriata alla vera età del soggetto.

03. Giocare

La solitudine di una persona malata di anoressia può essere disarmante alle volte. Ma oltre a ciò bisogna considerare anche aspetti che per un soggetto sano sono scontati, come l’impossibilità di dondolarsi tranquillamente su un’altalena senza la paura di cadere e causare danni irreversibili.

Elisabetta ha contratto un’osteoporosi che ha reso la sua struttura ossea fragile come quella di una anziana di 95 anni. I medici sono stati chiari con lei: non devi cadere, mai più.

Sentirsi liberi per qualche istante su un gioco per bambini, nonostante il rischio di una caduta rovinosa che potrebbe causarle una vita su una sedia a rotelle, ha cambiato il suo umore per tutto il giorno.

E proprio qui, forse, Elisabetta ha iniziato a lasciarsi andare maggiormente davanti al mio obiettivo.

04. Mangiare

Andare in un ristorante con una persona anoressica può essere un’esperienza meravigliosa e al contempo disarmante. Mi rendo conto che come fotografo sto diventando un punto fisso per il processo di uscita dalla malattia di Elisabetta. Come lei dice:

Racconti della mia angoscia senza averla vissuta, e puoi tirarla fuori anche se la sto nascondendo il più possibile per farmi vedere bene, non so come lo fai, e giuro che questa cosa mi sconvolge.

Mi ha promesso che non avrebbe vomitato il cibo mangiato quel giorno. Mi ha anche promesso che ci sarebbero state altre opportunità per mangiare insieme. E così, infatti, è stato.

05. La Pausa

Anche concedersi un tè e un cioccolatino può rappresentare un’evasione dalla routine e un chiaro segnale di voler tornare in carreggiata con la vita.

Fuori dal bar del suo paese ho notato questo muro di legno che mi ha ricordato quasi uno chalet canadese con il tipico clima cupo che dava alle mie foto uno stato d’animo unico, ancora più triste del senso di colpa per le calorie appena ingerite.

Negli ultimi tempi, Elisabetta ha riacquistato peso e sta facendo sforzi per mangiare di più, più spesso e meglio.

L’obiettivo comune di farla uscire da questa patologia sembra funzionare. Incrociamo le dita.

06. La Terapia

Psicologi, psicoanalisti, psichiatri. Ma anche dieta e medicine, flebo. Spesso queste ultime sono fatte contro ogni indicazione in totale autonomia. Fisiologiche, antibiotici e altri integratori per mantenere vivo chi non vuole più sentir parlare della vita.

I farmaci sono indicati anche per controllare tutti i sintomi associati all’anoressia, come la perdita della densità ossea, la depressione, l’alterazione del ciclo mestruale, la disidratazione, l’alterazione dei valori fisiologici del sangue.

07. Aghi

Gli aghi sono forse un punto fermo di questa malattia. Potrei quasi definirli il vero simbolo dell’anoressia: una flebo di integratori, una fisiologica, esami del sangue di routine ma anche l’aspetto vacuo, quasi etereo, sottile che li distingue. Ma l’ago rappresenta anche la bussola e una direzione precisa da raggiungere, uno scopo per la vita.

E questa volta Elisabetta ha deciso di proseguire per la sua direzione continuando il tatuaggio che copre quasi metà del suo corpo. Ha progettato tutto da sola e si è anche tatuata in autonomia alcune parti, ma oggi è uscita di casa e si è addentrata nello studio del suo tatuatore, dove ho deciso di seguirla e ritrarla.

Colori molto tenui compongono il suo tatuaggio. Era felice ed era come se non sentisse il dolore degli aghi che scorticano e penetrano continuamente la carne: aghi che danno gioia e sofferenza. E tutto questo mi ricorda la sua malattia, che è spesso considerata il danno minore rispetto a molti altri problemi di vita. Ed è quando si sottovaluta un problema che diventa la prima causa di sofferenza quotidiana.

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close